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HOLLIS FRAMPTON | “(nostalgia)” | 1971 | 36″

Redazione videoPILLS | 24/04/2013

de il7 – Marco Settembre

 Hollis Frampton (Ohio, 1936 – New York, 1984) ebbe il cammino segnato da quando a 9 anni gli fu regalata una fotocamera Kodak Brownie. La sua evoluzione lo portò a diventare un capofila del movimento cine-avanguardistico noto come “New American Cinema” e fiorente negli anni ’60 e ’70. All’università conobbe gli artisti Carl Andre e Frank Stella, ed in seguito, al termine di un lungo viaggio on the road per l’America, conobbe Ezra Pound. A New York inizia le sue serie fotografiche mostrando proprio la vita ed il lavoro dei suoi amici artisti Andre e Stella. Nel ’62 ottiene in prestito una Bolex 16mm e da allora inizia a lavorare (anche) come filmaker. Profondamente interessato allo “specifico” dei singoli media, da quelli tradizionali come la pittura e la scultura, a quelli tecnologicamente mediati come la fotografia ed il film, si spese soprattutto per elaborare e “risolvere” la tensione tra di essi, in particolare sciogliendo il film dal rapporto con l’”illusionismo” della pittura e con la “fisicità” della scultura. Le sue riflessioni sono contenute nel saggio “For a Metahistory of Film. Commonplace Notes and Hypoteses”. Brakhage scrisse di lui: “Sottopone il cinema alla tensione del linguaggio”; e con quest’ultimo lo filtra mostrandone la natura di codice e denunciando anche la labilità del ruolo dell’autore stesso che, al di là del proprio rigore, delega in parte allo spettatore le decifrazioni del gioco combinatorio.

“(nostalgia)”, primo dei 7 episodi di cui si compone la serie Hapax Legomena, è un lavoro fortemente auto-biografico e mostra una successione di foto che vengono una dopo l’altra bruciate su un fornello a piastra (in qualche modo “animate”) e illustrate (dalla voce del “collega” Michael Snow) con commenti che variano dal teorico al personale all’aneddotico. Mentre una fotografia brucia si ascolta il commento dedicato alla foto successiva, in un procedimento costruttivista disgiuntivo tra testo/suono e immagine/video che richiede allo spettatore uno sforzo di memoria il quale aggiunge, a questo lavoro che rappresenta un “rito di passaggio” tra fotografia e film nell’evoluzione dell’artista, il rimando al rapporto primario tra linguaggio e immagine e tra passato e anticipazione del futuro.

il7 – Marco Settembre

 

 

 

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Carl Andre, de il7 – Marco Settembre, Ezra Pound, festarte videoart festiva, For a Metahistory of Film. Commonplace Notes and Hypoteses, Frank Stell, Hollis Frampton, Michael Snow, New American Cinema, videoarta, videoarte, “(nostalgia)”

STAN BRAKHAGE | Dog Star Man | 1961 | 74”

Redazione videoPILLS | 10/04/2013

de il7 – Marco Settembre

Stan Brakhage (Kansas City, 1933 – Victoria, 2003). A partire dai suoi film dei primi anni ’50 Stan Brakhage è divenuto un nume tutelare della cinematografia sperimentale americana, con all’attivo oltre quattro decadi di prolifica attività, un saggio fondamentale, “Metaphors on vision”, del 1964, ed il postumo “Telling Time: Essays of a Visionary Filmmaker”. L’immaginario di Brackage, nutrito dei film di Jean Cocteau, Ejzenstein e del neorealismo e radicato nell’e-stetica romantica, è dispiegato in un processo artistico che include immagini ondeggianti, riprese ravvicinate, dissolvenze incrociate, lenti distorcenti, ma anche graffi e interventi pittorici direttamente sulla pellicola, ed assume una valenza visionaria ed epica creando metafore ricche di senso.
“Dog Star Man” (incluso nel 1992 nel National Film Registry) è una pietra miliare nella storia del film d’avanguardia perché evoca temi al contempo mitico-archetipici e cosmici, caricati di risonanze mistico-spiri-tuali dovute all’interesse per le filosofie orientali tipico degli anni della Controcultura giovanile in cui fu realizzato, ma anche alla coeva psichedelìa nonché all’uso di allucinogeni, allora concepiti come mezzo psicotro-po per l’allargamento delle “porte della percezione” (espressione di William Blake, ripresa da Aldous Huxley). L’artista, in sequenze astratte e in assenza di commento sonoro, richiama cosmologicamente la creazione del mondo e la formazione delle galassie attraverso immagini di eruzioni solari, ma anche – passando dal macrocosmo al microcosmo – dimensioni più intime, che ricoprono di una dimensione percettiva ultraterrena anche le scene ed i dettagli di ambienti naturali e domestici (in quel periodo era tornato in Colorado, a vivere tra le montagne) compresi gli affetti – il cane, la moglie, il bambino – che risultano anch’essi presi nel clima simbolico che permea l’opera. Questa si pone come un autentico poemetto visivo, articolato in un Prologo e quattro Parti, in cui le speri-mentazioni, tutte manuali o apportate tramite la modifica delle lenti, concorrono a comporre una potente suggestione comparabile con quella che deriva dalla poesia di William Blake. Dog Star Man evoca in effetti un percorso iniziatico dell’Uomo (si coglie lo stesso artista durante una dura arrampicata in una foresta innevata) con testimoni il cosmo ed i quattro elementi, mostrando, nelle diverse fasi, l’Azione, la Rigenerazione, l’Amore e la Fertilità, ed infine la Morte come lente attraverso cui esperiamo la limitatezza della Vita.

 

 

 

 

 

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JONAS MEKAS | The song of central park | 1966 | 4’24”

Daniela Voso | 20/03/2012

Jonas Mekas (Lituania, 1922), poeta e film-maker, vive a New York dove si è trasferito nel 1949 con il fratello. Protagonista dell’avanguardia newyorchese del Greenwich Village, si è distinto in Europa e in America, prendendo parte a festival del film e manifestazioni artistiche.

In bilico tra arte e cinema, i suoi video documentano protagonisti e momenti salienti della scena newyorchese – da Andy Warhol a George Maciunas, dalla prima esibizione dei Velvet Underground a Bed-in for Peace di Yoko-Ono e John Lennon, da Salvador Dalì ad Allen Ginsberg – integrando l’approccio poetico al documentario, in un affiancarsi di immagini, privo di una struttura narrativa convenzionale.

Girato il 16 gennaio 1966 , The song of Central Park è un breve video, che ritrae New York nel vivere quotidiano delle persone, dalla corsa nel parco alla pattinata sul ghiaccio, per poi chiudersi sulla città. In sottofondo la voce di Mekas espone la sua idea di cinema, scandita dal suono dei tasti di una macchina da scrivere: “That’s what cinema is…single frames, frames.”

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16 gennaio, 1966, alen ginsberg, art, art video, arte, bed-in for peace, daniela voso, film maker, George maciunas, greenwich village, John Lennon, jonas mekas, New York, video, video arte, videopills, Yoko Ono

CHRIS MARKER | La Jetée |1962 | 28′

Daniela Voso | 20/02/2012


Christian François Bouche-Villeneuve (Neuilly-sur-Seine, 29 luglio 1921) è meglio noto come Chris Marker. Regista, sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia, produttore cinematografico e fotografo francese. Vicino al movimento della Nouvelle Vague francese, per le tematiche, lo stile e il carattere di rottura con il passato delle sue opere, Marker esordì negli anni cinquanta.
La Jetée è il cortometraggio del 1962, che gli diede fama internazionale, tappa importante della narrazione audiovisiva. I tratti salienti dell’opera risiedono nella trama fantascientifica e nella tecnica. Una successione di immagini fotografiche fisse (diaporama) sono accompagnate da una voce fuori campo. L’ambientazione post-atomica (il 1962 è l’anno della Crisi dei missili a Cuba) in un ambiente sotterraneo, si alterna alle visioni di un passato ameno. Nei sotterranei: scienziati conducono ricerche sul viaggio nel tempo e sulla mente dei prigionieri e la successione lineare del tempo viene scardinata dalla stessa narrazione filmica, ed é scandita dalla ricorrente immagine di una donna misteriosa e dei ricordi di un uomo, punto d’incontro tra passato e presente. La trama si apre e si conclude nel medesimo istante spazio-temporale: il molo di partenza dell’aeroporto di Orly a Parigi. Da qui il titolo: La Jetée. L’uso della fotografia al posto dell’immagine in movimento, si allinea con la percezione comune dei ricordi. Nel film ‘L’esercito delle dodici scimmie’ (1995) Terry Gilliam si è ispirato a La Jetée.

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LUIS BUNUEL – SALVADOR DALI’ | Un Chien Andalou | 1929 | 16’

Daniela Voso | 16/01/2012

Luis Buñuel (1900 – 1983) e Salvador Dalì (1904 – 1989) furono artisti surrealisti, regista il primo e pittore il secondo, realizzarono insieme i film Un chien Andalou (1928) e l’Age d’or (1930).

“E se da due sogni ne ricavassimo un film?” Buñuel riassunse in questa frase l’intuizione di Salvador Dalì di realizzare un film surrealista, romanzando la genesi di Un Chien Andalou nella sua autobiografia Mon dernier soupir, dove attribuì a sé stesso l’idea del taglio sull’occhio e all’amico quella delle formiche sulla mano. In verità la nascita e l’attribuzione dei meriti in entrambe le collaborazioni tra i due surrealisti spagnoli sono ambigue e non sempre corrispondono nei racconti degli stessi artisti, nelle lettere e nei documenti.

Un Chien Andalou (datato da alcuni al 1928) è considerato uno dei film di più emblematici del movimento Surrealista, caratterizzato da un montaggio non convenzionale e da una sceneggiatura illogica e irrazionale. Buñuel e Dalì usarono liberamente la grammatica cinematografica sconvolgendo le aspettative e creando associazioni inconsuete, come in un procedimento di scrittura automatica o in un sogno. Nel linguaggio, nei contenuti e nella simbologia di Un Chien Andalou c’è l’attacco ad una cultura borghese, ma nonostante alcune proteste l’uscita del film fu un successo.

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JOSEPH BEUYS | Filz TV | 1970 | 10’

Daniela Voso | 21/10/2011

Joseph Beuys (Krefeld, 1921 – Düsseldorf ,1986) si afferma nei primi anni Sessanta ed è tra gli artisti più significativi del xx sec. Personaggio atipico, fu vicino al movimento Fluxus, ma la sua ricerca non si può inquadrare all’interno di nessuna corrente definita.

Performances, installazioni e progetti a lungo termine diedero forma ad un’ampia vicenda artistica, somma della sua biografia, dell’influenza delle teorie steineriane per l’approccio demiurgico, e del movimento Fluxus per il linguaggio e la radicalità. Beuys si affermò nei primi anni sessanta e utilizzò un vero e proprio lessico costruito su elementi ricorrenti, tra cui il feltro e la cera, a cui attribuì valenze curative, metaforicamente traslate sul piano sociale a fronte di una cultura e di un sistema in crisi. Fine dell’arte non era lo shock, ma il cambiamento nelle coscienze. Tematiche ricorrenti: solidarietà sociale e ambientale, relazioni politiche e crisi della cultura europea.

Filz TV è un video del 1970, realizzato per “Identification” la mostra collettiva dedicata alla registrazione video di “azioni” artistiche e organizzata dalla Fernseh Galerie di Gery Schum a Düsseldorf. Il video è diviso in due momenti. Nel primo l’artista cerca un dialogo con una televisione che ha lo schermo coperto da feltro (filz), prima prendendosi a pugni e poi provando a nutrire l’elettrodomestico con una salsiccia. Invano. Nel secondo momento la televisione resta sola al centro dell’immagine, mentre in sottofondo continuano a sentirsi le musiche e le voci delle trasmissioni.

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Paolo Gioli | Commutazioni con mutazione | 1969 | 7′

Daniela Voso | 23/09/2011

Paolo Gioli (Sarzano di Rovigo, 1942) è videomaker e fotografo. Trascorre parte della sua formazione a New York, alla fine degli anni sessanta. Successivamente lavora tra Roma e Rovigo fino al 1976 quando si trasferisce a Milano, dedicandosi soprattutto alla fotografia.

Particolarmente prolifico fino al ’74, Gioli è vicino agli ambienti del cinema sperimentale e indipendente romano. Difficile dire se sia un videomaker prestato all’arte e alla fotografia o viceversa. Spesso privi di narrazione i suoi lavori sono un collage di immagini, che si ripetono sullo schermo, scandendo il movimento o sdoppiandosi. Dagli anni ottanta Gioli ha esposto sia come artista video, che come fotografo in Europa e negli Stati Uniti. Tra le tante occasioni si ricorda la sua partecipazione a “Linee della ricerca artistica in Italia” (Roma, 1981) e alla Biennale di Venezia nel 1995.

Commutazioni con mutazione è il suo primo film ed è il risultato della sovrapposizione di tre pellicole – super 8, 16 mm e 35 mm – su un unico supporto. Un collage, ritmato dal suono di una pellicola che gira. Il gioco di parole fa eco alle immagini che si susseguono per affinità visiva e senza logica apparente: il volto di un’attrice americana, un paesaggio agricolo, il simbolo della Repubblica Italiana. Qui, Gioli sperimenta le possibilità estetiche della pellicola non solo come strumento, ma come supporto e materia, fino a metterla in primo piano, creando quello che in gergo si definisce metalinguaggio.

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Chris Marker – Sans soleil – 1982

Fabrizio Pizzuto | 02/12/2010

Sans soleil è un documentario con un commentario filosofico in cui sono presenti anche parti di fiction. Mescolando vari metodi di ripresa si crea un’atmosfera onirica quasi di racconto surreale, paradossalmente misto a informazione scientifica. I temi principali sono il Giappone, la memoria e il viaggio. Chris Marker vive tuttora Parigi ma non concede interviste coltivando così il mistero che circonda il suo personaggio.

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Norman Maclaren- Pas de deux pt2- 1967

Fabrizio Pizzuto | 25/11/2010

La seconda parte del video.  Il corpo e il video si fanno sempre più quadro in movimento, immagine sognata, trasognata, disinvoltamente vicina, terrena, eppure onirica.

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Norman Maclaren- Pas de deux- 1967

Fabrizio Pizzuto | 25/11/2010

Piccolo capolavoro del regista canadese, nato in Scozia. In questo lavoro del 1967 già i suoi interessi iniziano a spostarsi verso il corpo e la danza. Il film parte da una coreografia di Ludmilla Chiriaeff e si sviluppa in un raro unico che vede musica, corpo, danza e sperimentazione dell’immagine amalgamati in maniera affascinante. Il corpo si moltiplica col suono e col movimento, l’eleganza dell’immagine fa da sfondo alla grazia del movimento. L’attrazione esercitata è ipnotica.

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